Recensione: “Native Invader” – Tori Amos (Decca Records)

2017_Native_Invader

 

Qual è il viaggio più difficile da intraprendere di tutti? Quello alla ricerca di se stessi, risponderebbe Tori Amos. La Cornflake girl, giunta al quindicesimo disco della sua carriera, ha deciso di ricercare una risposta intraprendendo un viaggio verso le sue radici cherokee, esplorando le Smoky Mountains, nel sudest degli Stati Uniti. E “Native Invader”è figlio di un crocevia di riflessioni nate in seno all’artista del precedente "Unrepentant Geraldines", di una rabbia possente per la recente elezione del nuovo Presidente Donald Trump, ma anche del dolore personale per le condizioni di salute della madre. E il risultato, targato Decca Records, è un cammino intenso composto da 13 passi nel cuore. La remise en forme per trovare sollievo nel dolore e nello spaesamento inizia con la solenne “Reindeer Kind”, nella solitudine di un pianoforte che dona la poesia di sette minuti di magnificenza minimale, un ossimoro che funziona grazie alla forza centrifuga del testo, inno ambientalista che trascende la collettività per puntare dritto all’”io” di ognuno più profondo. Una cittadinanza universale della quale canta agitata in “Bang” e “Chocolate song”, in cui cerca nella rozzezza dei tempi e nei suoi opposti complementari un senso ultimo (Within the tension of your opposites). Nonostante il primo singolo scelto non avesse convinto, languido e accomodante con la sua ritmica acquiescente (“Cloud rivers”), la seconda scelta “ispirata dalle muse” (come ha dichiarato la cantante stessa), “Up the creek” in duetto con la figlia Natashya Hawley, è stata una benedizione che ha rimescolato le carte. La magia è ritornata a circolare, e la filialità ha contribuito a un crescendo emotivo che ha tinte âgée molto teatrali ed evocative. Non sempre il sound engineering del marito  Mark Hawley risalta il prisma del suo talento: in “Bats” l’equilibrio suono-voce risulta soporifero, in “Breakaway” il mood della ballata tradizionale non lascia scandire alla voce le sue reali intenzioni. Ma sono macchie che lasciano il posto a impronte ben più profonde: in “Wildwood” Tori si muove sul filo della bellezza come un’acrobata, in “Climb” si lascia andare alla beatitudine celeste (come non ricordarla in “Midwinter graces”?). Ma è soprattutto in “Broken arrow” e “Mary's eyes” che si raggiunge l’eccellenza. La prima si apre con un’artigliata di basso, per addentrarsi in un sottobosco che costringe a concentrarsi sulle parole, un lessico politico che non lascia spazio a fraintendimenti pur rivolgendosi al metaforico (“Are we emancipators or oppressors Of lady liberty?”). La seconda, invece, è una poesia estatica e melodrammatica dedicata alla madre sofferente. La sostantifica midolla di “Native invader” risiede nel simbolismo dell’orso, dove la cantante vacilla tra l’allegoria di una feroce selvatichezza e l’immagine di un’innata dolcezza. Nel suo paiolo di melodie drappeggiate attorno a testualità sempre notevoli, l’artista di "Under the pink", "American Doll posse", " , "Scarlet's walk” si squarcia il petto come un pellicano per nutrire noi ascoltatori, utilizzando la sua penna ormai leggendaria come medicina universale a tutti i mali. Un’healing tip, come suggeriva ospite all’ Harpers Bazaar. E noi  non possiamo che arrossire come una peonia. 

 

Tracklist

Reindeer King
Wings
Broken Arrow
Cloud Riders
Up The Creek
Breakaway
Wildwood
Chocolate Song
Bang
Climb
Bats
Benjamin
Mary’s Eyes

 

  • - 8/10
    8/10
8/10

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