Disponibile su tutte le piattaforme musicali “Nigredo”, il singolo di debutto da interprete di Danny Yxilon, mix e mastering di Patrizio D’Andrea.
Potete ascoltare Nigredo su:
Spotify: https://open.spotify.com/track/4iyssOD45DUaispSUsp9tF
Apple Music: https://music.apple.com/us/album/nigredo-single/1895964205
Lyric video di Nigredo su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=Qk-snCzqwtY
L’artista ha risposto ad alcune nostre domande.
Quando e come inizia la tua carriera artistica?
Fin da piccolo ho sempre avuto una forte propensione verso la creazione artistica. Già dalle
medie, e poi con più consapevolezza durante il liceo, cercavo di inserirmi in contesti creativi: mostre d’arte locali, concorsi, talent show e piccole performance. Ricordo che in terza media vinsi un concorso di poesia con un testo che, a ripensarci oggi, aveva già la struttura e la musicalità di una ballad un po’ ricercata. A diciassette anni cominciai a suonare il pianoforte in alcuni ristoranti dei Castelli Romani, mentre continuavo a studiare danza e pittura. Erano esperienze piccole ma importanti, che mi permettevano di stare sul palco e di confrontarmi con un pubblico reale. La vera svolta è arrivata nel 2019, a vent’anni, quando ho conosciuto i miei attuali soci, Massimo Di Muro e Patrizio D’Andrea. Da quel momento ho iniziato a comporre musica in uno studio professionale e a scrivere testi e melodie per artisti emergenti. Nel 2020 ho pubblicato Echo e, nonostante le difficoltà legate alla pandemia, da lì in poi la mia carriera ha preso una direzione chiara e in costante crescita. L’anno successivo infatti è arrivato il premio di “miglior composizione” e “miglior produzione” per Nana Nera e lì ho definitivamente preso consapevolezza delle mie potenzialità per poter fare cose ancora più grandi.
Ti va di parlarci del nuovo singolo Nigredo?
Nigredo è fondamentalmente un’invettiva carica di sdegno e sarcasmo, in cui prendo di mira
tutti quegli uomini (e in un certo senso la società italiana nel suo complesso) che hanno segnato negativamente la mia vita, portandomi a un profondo senso di disillusione e frustrazione. È un brano in cui la pista da ballo si trasforma in un inno nichilista e distruttivo, quasi come se si volesse bruciare il presente per lasciare spazio a qualcosa di nuovo e, si spera, migliore. Originariamente l’ho scritto per la colonna sonora del film Tradita, dove serviva un pezzo capace di unire due elementi apparentemente opposti: da un lato l’attrazione sessuale fatale e aggressiva incarnata dall’antagonista interpretato da Fernando Lindez, dall’altro la disillusione, il tradimento e la critica sociale vissuti dalla protagonista interpretata da Manuela Arcuri. A un certo punto, però, mi sono reso conto che il brano non si integrava con la pellicola nel modo in cui lo avevo immaginato. Allo stesso tempo, durante la stesura del testo era diventato così autobiografico che ho deciso di trasformarlo nel singolo di lancio del mio progetto personale. Dal punto di vista musicale è un dance-pop martellante in La minore, con un ritornello volutamente complesso e verboso, quasi uno scioglilingua. La produzione gioca su synth granulosi, viole incalzanti in spiccato e trilli di pianoforte che creano un’atmosfera tesa e inquietante. Il testo è ricco di allitterazioni. Il risultato è una sorta di ibrido tra una soundtrack horror e la musica che accompagna l’ingresso di un cattivo nei cartoni animati della Disney: qualcosa di danzabile, ma al tempo stesso disturbante e cinematografico.
Cosa rappresenta l’arte nella tua vita?
L’arte è uno dei due pilastri fondamentali della mia vita. L’altro è la scienza. Il mio nome
d’arte “yxilon” nasce proprio da questa fusione: rappresenta l’incontro tra l’approccio artistico e quello scientifico. Immagino l’arte e la scienza come i due assi di un piano cartesiano. Ogni elemento significativo della mia esistenza deve poter essere letto contemporaneamente su entrambe le coordinate: senza l’una o senza l’altra, il punto perde il suo equilibrio. Per me è inconcepibile vivere in un mondo in cui una delle due dimensioni venga a mancare. Eppure mi sono ritrovato in un’epoca in cui la maggior parte delle persone sembra aver perso il contatto con entrambe. L’arte, per me, è la forza che permette al pensiero critico di manifestarsi attraverso la bellezza e il piacere. Non impone, non urta, ma accoglie e sensibilizza. Oltre a essere uno strumento di espressione, è anche uno sfogo profondo della propria intimità, libero da quella burocrazia asfissiante in cui spesso gli esseri umani si trovano intrappolati. Non saprei immaginare la mia vita senza di essa.
La musica ha il potere di cambiare le persone e il mondo… puoi commentare questa
mia frase?
Certamente. Credo che la musica, e l’arte in generale, abbiano un potere di influenza molto più profondo ed efficace di qualsiasi forma di politica. La musica riesce a toccare le persone in modo diretto, emotivo e spesso inconsapevole, arrivando dove le parole razionali faticano ad arrivare. Può sensibilizzare, smuovere coscienze e creare connessioni che nessun discorso, per quanto ben costruito, riuscirebbe a generare con la stessa immediatezza. Un mondo senza musica sarebbe un mondo privo di sensibilità, e purtroppo il mondo in cui viviamo già soffre di una carenza evidente di questa qualità. Per questo motivo, in un momento storico come quello attuale, credo che noi artisti abbiamo una responsabilità ancora maggiore: alzare il volume della musica, non solo in termini di suono, ma anche di significato e di presenza.
Quali sono le tue principali fonti di ispirazione?
Le mie fonti di ispirazione sono tutto ciò che riesce a nutrire e risvegliare la mia anima: può essere il profumo di un fiore, il sapore di una spezia o il colore di una vernice vibrante. Per me qualsiasi cosa può diventare fonte di ispirazione, purché tocchi una corda intima e profonda del mio essere. Sul piano musicale, le mie radici affondano nei grandi maestri della musica classica (soprattutto Vivaldi, Beethoven e Scriabin) ma anche nei compositori e produttori del pop contemporaneo come Jessie Ware, Cathy Dennis, Lady Gaga, Mika, Sia e Raye. Ognuno di loro, a modo proprio, mi ha insegnato qualcosa sull’efficacia del colore sonoro, sulla struttura compositiva e sulla resa delle palette emotive. All’interno della mia storia familiare ho trovato ispirazioni altrettanto potenti e diverse. Mio zio Livio Caruso Dandini mi ha trasmesso una visione pittorica post-moderna del surrealismo, dell’assurdismo e dell’esistenzialismo, che continua a influenzare il mio modo di raccontare storie. Mia zia Daphne LeVan mi ha affascinato con il metodo LARP, inteso come forma artistica capace di fondere teatro e vita quotidiana in un’esperienza unica. Sua sorella, Ivy Rose, mi ha invece ispirato con l’immagine di una femme fatale dark in stile hollywoodiano: una figura capace di sfuggire a ogni schema sociale senza mai perdere fascino e carisma. Da mio nonno John Daniel, infine, ho ereditato l’idea innovativa di fondere la forza del rock e del metal con l’atmosfera della musica ambient e con una sensibilità naturalistica profonda.
Molti si affidano all’AI. Tu cosa pensi di questa cosa?
Penso che è il verbo “affidarsi” ad essere sbagliato. L’IA va utilizzata come uno strumento, in modo meticoloso e consapevole. Per un artista non è ammissibile delegare in maniera passiva il proprio processo creativo all’intelligenza artificiale. Io la uso molto spesso, sia nella scrittura musicale che nel lavoro quotidiano, ma è fondamentale per me che ogni singolo dettaglio nasca e venga curato dalla mia mente, dall’idea della melodia al testo fino all’arrangiamento. L’intelligenza artificiale deve rimanere una funzione puramente esecutiva. Altrimenti, secondo me, si smette di essere artisti nel senso più profondo del termine. Mi torna in mente una riflessione di Vivienne Westwood poco prima della sua morte: nel nuovo millennio l’Arte sta correndo il rischio di degradarsi in nome della democrazia. Quando tutti possono essere artisti, alla fine nessuno lo è più davvero.
Qual è la tua massima ambizione come artista?
Sono il tipo di persona che deve stare attento con le ambizioni, perché quando mi pongo un obiettivo importante, anche quando lo raggiungo, mi costa un’enorme quantità di energie. Per questo tendo a calibrare bene le mie mete. In questo momento, un traguardo concreto e realistico a cui punterei volentieri sarebbe scrivere un brano per uno degli artisti big di Sanremo, non Sanremo Giovani dove ho già avuto modo di lavorare, ma per qualcuno dei nomi più importanti del Festival. Dovrebbe essere un artista di cui nutro stima e con cui sento un’affinità artistica. Mi vengono in mente nomi come Arisa, Diodato, Malika Ayane, o magari un pezzo per Elisa in cui alternare strofe in italiano e in inglese. Sarebbe un bellissimo riconoscimento. La mia ambizione più grande, però, quella che definirei quasi visionaria, è riuscire a portare elementi di musica d’avanguardia all’interno del pop mainstream italiano. Inserire un po’ di sperimentazione e di ricerca sonora nel mainstream, senza per questo snaturarlo. Per me sarebbe un risultato davvero rivoluzionario, e anche profondamente gratificante. Ma riconosco che è anche molto pretenzioso.
Se la tua musica fosse un quadro, una città o un libro?
Se la mia musica fosse un quadro, cambierebbe da brano a brano. Nigredo richiamerebbe subito Saturno che divora i suoi figli di Goya: cupo, violento, quasi cannibalesco. Echo avrebbe i colori morbidi e atmosferici di un Monet. Saturnia porterebbe la luce drammatica e il contrasto di un Caravaggio. Nymera, invece, si avvicinerebbe allo stile espressionista e tagliente di Kirchner. In generale, l’estetica del mio album mi ricorda molto le Five Women dello stesso Kirchner. Alcuni brani ancora inediti, come Vibrisse e Amanita, avrebbero invece la qualità onirica e disturbante di un Salvador Dalí. Se la mia musica fosse una città, sceglierei Parigi. È il luogo che meglio incarna l’equilibrio che cerco: tra rigore nordico e sensualità mediterranea, tra natura e metropoli, tra haute couture e cultura pop, tra tradizione e avanguardia. Se invece fosse un libro, lo immaginerei come una prosa fiabesca ma al tempo stesso profondamente esistenziale, come Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, con qualche venatura poetica più oscura e visionaria alla Verlaine e Rimbaud.
Progetti per il futuro?
Per quanto riguarda i miei progetti futuri, ho in programma di pubblicare il mio primo album in prossimità del mio ventisettesimo compleanno, più avanti nel 2026. Si tratterà di un disco composto da quindici o sedici tracce, alcune cantate e altre puramente strumentali, che ho sentito troppo intime e personali per poterle affidare ad altri interpreti. Con il passare del tempo ho capito quanto avessi bisogno di sfogarmi artisticamente anche a mio nome, senza per questo voler rinunciare alla scrittura e alla produzione per conto di altri artisti. Anzi, intendo proseguire su entrambi i fronti in parallelo, continuando a pubblicare musica mia. Ho perfino già in mente possibili melodie e paesaggi sonori per il progetto successivo. Parallelamente, desidero realizzare performance artisticamente tridimensionali insieme alla mia cara amica e danzatrice aerea Erica Occhionero, con cui condivido la stessa visione di fusione tra arte e scienza. L’idea è quella di portare i brani all’interno di talent show televisivi, integrando in un’unica performance sincronizzata danza, musica, acrobatica, effetti visivi e scenografia, in modo che tutti gli elementi dialoghino tra loro in tempo reale.
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