Cantautore siciliano d’origine, oggi di stanza in Lombardia, Danilo Ruggero ha fatto della fragilità un’estetica e della sosta un atto politico. Il suo nuovo EP Puzzle è un viaggio viscerale tra ricordi, crepe e identità spezzate, ma mai meno autentiche. In questa conversazione, non c’è promozione ma esposizione: voce e parole che non cercano di aggiustare, ma di attraversare. E in fondo, anche questo è un modo di ricomporsi.
Hai descritto “Puzzle” come un diario privato. Mettere in musica qualcosa di così personale è liberatorio o può anche far paura? Ti sei mai chiesto se stavi raccontando troppo di te stesso, esponendoti troppo?
Assolutamente sì. La paura di espormi troppo, di risultare vulnerabile oltre il tollerabile, è una sensazione costante nel momento in cui scelgo di condividere una canzone. Scrivere Puzzle, per esempio, è stato come aprire il mio diario nel punto esatto in cui le frasi erano meno eleganti, più storte, più dolorose, ma anche più vere. C’è però qualcosa di profondamente liberatorio nell’ammettere certe crepe, nel portarle alla luce invece che continuare a coprirle. Mi sono chiesto spesso se stessi raccontando troppo, se non stessi violando una soglia. Soprattutto nei momenti in cui chi mi ascolta riesce a leggere tra le righe più di quanto avessi previsto. In un certo senso, è come se venissi denudato più di quanto fossi disposto a denudarmi. Ma poi mi ricordo perché scrivo. Scrivo per mettere ordine dentro il caos, per dare forma alle emozioni quando diventano ingestibili. Ma soprattutto scrivo – e canto quello che scrivo – per provare a restituire agli altri ciò che ho provato io. Non per raccontare la mia storia in quanto tale, ma perché spero che, attraverso le mie parole, chi ascolta possa riconoscersi in qualcosa. La musica, per me, non è un’autobiografia, ma un varco. Una possibilità. Un modo per dire: “Guarda, anche questo si può provare. Anche questo si può attraversare.” Se nel farlo mi espongo, se rischio di raccontare troppo di me … allora è un rischio che scelgo consapevolmente di correre. Perché a volte, proprio in quella condivisione radicale, in quella sincerità non filtrata, nasce un contatto vero ed è lì che tutto ha senso. Se la mia musica, la mia penna, i miei pensieri restassero solo miei, se non vibrasse nulla anche nel corpo di chi ascolta quando decido di condividerli, se Puzzle fosse rimasta chiusa in un cassetto, sarebbe stato un esercizio privato, non una canzone. A cosa dovrebbe servire, a quel punto? Che senso avrebbe fare musica?
I brani dell’EP parlano di memoria, perdita, resa. Quale di questi temi senti più vivo oggi nella tua scrittura?
Sono tutti temi caldi per me. La resa è più o meno il concetto su cui ruota il mio EP, ma è ovviamente la memoria il tema che sento più vivo. È sempre lei che ritorna, che insiste, che diventa fonte di ispirazione, musa costante. Il verso “io scrivo per appuntare quello che non voglio più ricordare” – che esiste solo nella versione dal vivo di Sapone – è forse il punto esatto in cui il mio modo di scrivere si svela per quello che è: un tentativo goffo, ma necessario di trattenere ciò che fa male, senza doverlo rivivere continuamente. Scrivere, fare canzoni diventa il gesto con cui isolo un frammento dalla confusione del vissuto, lo fermo sulla carta, lo archivio. Non per glorificarlo né per farci pace, ma per renderlo meno minaccioso. È come se dicessi: “Va bene, esisti, ma ora ti metto qui. Non sei più libero di sorprendermi.” Non è rimozione e non è neppure elaborazione vera e propria. È uno spazio di mezzo. Un compromesso. Scrivo per non dover ricordare tutto, ma anche per non dimenticare del tutto. La memoria, nella mia scrittura, non è mai lineare o fedele. È qualcosa che ritorna storta, selettiva, capricciosa, ma è anche l’unico filo che mi tiene legato a quello che sono stato e, in qualche modo, molto banalmente, anche a quello che sarò. Ogni volta che scrivo mi sembra di fare un passo indietro che è necessario per poter fare tre avanti. Alla fine, è proprio questo il paradosso: scrivo per dimenticare, ma non potrei scrivere se non ricordassi tutto e se non decretassi così importante il mio passato, il mio vissuto, le mie memorie. Credo di essere una persona molto malinconica. Per il momento la penso così.
Il singolo “Puzzle” sembra non offrire soluzioni. È più difficile scrivere una canzone che non offre una conclusione?
Non vi è una soluzione, ma credo che in qualche modo ad una conclusione si arrivi lo stesso.
È il manifesto di un’identità che accetta la propria instabilità e, in maniera paradossale, la propria inconcludenza come condizione permanente. Puzzle non offre soluzioni perché non ne ha e non ne cerca. È una canzone che non pretende di chiudere un discorso, semmai lo tiene aperto, lo lascia irrisolto, come succede spesso nella vita quando non hai risposte immediate, né chiusure nette. Scrivere senza una vera morale finale, per me tra l’altro che mi reputo una persona iper razionale, è difficile perché va contro una certa esigenza narrativa, quella che vuole che ogni storia abbia un inizio, uno sviluppo e una fine. Ma il dolore, la fragilità, il senso di colpa e di non risolutezza – tutto ciò che Puzzle contiene – non seguono questa struttura. Sono onde che vanno e tornano. Scrivere una canzone che non dà una soluzione equivale a restare dentro a quelle onde, accettare di non arrivare a riva, ma di doverci galleggiare. Per me è stato un atto di sincerità, di resa. Non c’era niente da insegnare, solo da ammettere. In questo, forse, sta la forza del brano: nel non darti un appiglio, ma nello stare in quel vuoto che tanto terrorizza. Alla fine, Puzzle è un punto sospeso, una confessione senza assolvere né condannare. Una crepa che non si chiude, ma in cui impari ad abitare, che nell’insieme dell’EP diventa per me un manifesto di autenticità emotiva e in linea con l’identità che cerco di avere, anche al di fuori della mia vita artistica.

Danilo Ruggero – Puzzle
Hai lavorato con più produttori. Che cosa ha portato ognuno di loro a questo lavoro collettivo?
Lavorare con più produttori è stata una scelta tanto complessa quanto inevitabile. L’EP ha avuto un excursus molto lungo e ognuno di loro, coerentemente con il brano Puzzle – quindi a pezzi – ha portato una lente diversa con cui osservare le canzoni e, sotto sotto, anche me, come autore e come persona. Dadàmo – anche se ha lavorato attivamente solo all’arrangiamento di Puzzle della versione alternativa – è stato il mio amico consigliere. Il primo a raccogliere i brani nella loro forma più grezza, acustica e a suggerirmi più forme dei loro ipotetici vestiti. Con lui è nato poi il primo arrangiamento di Puzzle, rimasto pressoché intatto anche dopo tutte le fasi successive. Quel primo provino aveva già dentro il respiro giusto. Marco Zoppi ha lavorato poi alla produzione del brano per far emergere tutto ciò che era necessario. Quella versione più intima e spoglia ne rivela, come già detto, la fragilità originaria. Pasquale Dipace, Alberto Laruccia e, per un breve tratto anche David Guido Guerriero, sono arrivati quando avevo le idee più chiare su quali dovevano essere i brani che sarebbero entrati a far parte dell’EP, oltre a Puzzle che volevo comunque riprendere da zero per dargli un nuovo vestito – magari più stirato. Hanno avuto un ruolo fondamentale nel dare una direzione coesa e compiuta all’intero progetto. Pasquale ha portato un gusto nuovo alle armonie e una visione “drammatica” nel senso più emotivo e teatrale del termine, mentre Alberto ha curato la parte orchestrale, specie nei synth e negli archi, riuscendo a cucire insieme le atmosfere dei brani come se fossero capitoli di un unico racconto. Lavorare con più teste significa perdere un po’ il controllo e così è stato purtroppo. Per un breve tratto. Marco Zoppi – che aveva inizialmente lavorato solo alla produzione delle prima demo di Puzzle, arrangiata da Dadàmo – mi ha dato una mano a fare un profondo lavoro anche sulla versione ufficiale. È come se mi avesse aiutato a tornare all’osso in un momento di impasse sulla traccia più importante dell’EP. Ha lavorato con me alla destrutturazione e poi ricomposizione di quest’ultima e mi ha aiutato a recuperare il filo dopo una serie di ripensamenti e anche guadagnare soluzioni che da solo non avrei potuto immaginare. La verità è che adesso, in un disco che parla di frammenti, avere tante mani e cuori diversi coinvolti mi è sembrato coerente. Come se il disco stesso fosse un puzzle, anche nella sua costruzione.
Il tuo percorso musicale parte da Pantelleria e passa per Roma. Quanto conta, ancora, l’isola nelle tue canzoni?
L’isola non è solo un luogo da cui provengo, è una lente attraverso cui ancora guardo le cose. Mi piace pensarla così. È fatta di silenzi, di vento che scompiglia i capelli e fa scappare tutte api. Pantelleria è le distanze che mi rendono la persona che sono. Pieno di melanconia, che è diversa dalla malinconia – in senso stretto – perché è più sentimento di tristezza profonda e permanente, che è difficile da estirpare. In un certo senso credo che il posto da cui provengo mi abbia insegnato un modo di stare al mondo che altrove, credo che non avrei potuto apprendere. Fatto di attese, di pause lunghe, della noia come promotore anche del mio nocciolo di creatività. Non parlo quasi mai esplicitamente di Pantelleria nei testi, ma credo che ci sia sempre, sotterranea. Durante i miei live, spesso, una delle prime cose che dico è che il posto da cui noi veniamo, spesso ci connoti più di quanto faccia il nostro nome o la nostra data di nascita e ci credo davvero. Pantelleria sta nell’idea di tempo lento che permea le canzoni, nell’urgenza di restare aderente a ciò che sento, nel desiderio costante di nuotare, di immergermi sempre più in profondità alla “ricerca” di qualcosa, piuttosto che galleggiare. Amo fare snorkeling e pensare molto mentre nuoto. È una cosa che mi manca di casa. Ci penso spesso. Ne scrivo molto. Poi Pantelleria, per chi la conosce e ne ha vissuto anche solo in parte, è un posto spigolosa, non si lascia amare facilmente. Un po’ come certe parti di me che, solo ora, sto imparando ad accogliere senza doverle per forza addomesticare.
Cosa ti auguri che resti di questo EP, a chi lo ascolta?
Mi auguro che resti solo un profondo senso di verità. Che si percepisca qualcosa di reale che è stato veramente vissuto e sentito. Non voglio che pervenga alcun senso di soluzione confezionata, piuttosto di una voce nuda che si è presa il rischio di raccontarsi. Mi auguro che di questo Ep, a chi l’ascolta, resti anche solo per un momento, la sensazione di essere meno solo nel suo caos, nel proprio disordine affettivo, nelle proprie memorie in frantumi. Non ho scritto queste canzoni per insegnare qualcosa, ma per attraversare qualcosa. E spero che si senta. Che resti, più di tutto, la possibilità di abitare anche ciò che non torna, non guarisce, non si ricompone. Un suono, un’immagine, una frase che magari, in un momento inatteso, possa fare da specchio o da riparo. Se accade questo – anche una sola volta – allora, per me, l’EP ha compiuto il suo viaggio.
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