Ogni tanto arrivano dischi che non chiedono di essere consumati in fretta. Decalogo dell’Amore di Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato è uno di quelli. Alla redazione è girato per qualche giorno: in cuffia, in macchina, mentre si faceva altro. E pian piano si è preso spazio. Senza forzare niente. È un lavoro molto curato, sì. Ma soprattutto molto sincero. Parla di amore adulto, di vita insieme, di stanze vere, di silenzi, di piccoli gesti. E lo fa senza pose, senza effetti speciali. Alla fine ci siamo detti: questo disco è proprio un piccolo gioiello. Non perché brilla. Ma perché resta. Dopo l’uscita dell’album a dicembre, ora il percorso continua con il singolo “Come si fa… amarsi ancora”. Ne abbiamo parlato con Emanuele e Chiara, cercando di entrare dentro il loro mondo, con calma.
Benvenuti! Il vostro disco è partito come eredità privata per i figli, ma presto ha parlato “oltre”. Quale delle prime canzoni ha fatto scattare quella consapevolezza, e come ha cambiato il vostro approccio?
Quella consapevolezza non è arrivata su una singola canzone, ma in un momento molto concreto: riascoltando, in studio, le prime tracce “serie” – basso, batteria, piano, voci guida – quando dalle demo al piano si è cominciato a intuire il respiro vero del disco. All’inizio il patto era chiaro: fare un lavoro curato nei suoni, negli arrangiamenti e persino nella confezione grafica, da lasciare ai nostri figli come una piccola eredità culturale di famiglia. Poi, man mano che le canzoni prendevano forma, ci siamo accorti che parlavano anche ad altri: le storie uscivano dal salotto di casa e sembravano riconoscibili a un raggio più ampio, quasi universale. L’approccio però non è cambiato: la misura era alta fin dall’inizio. Non abbiamo “alzato l’asticella” quando abbiamo pensato a un pubblico esterno; semmai abbiamo solo preso atto che quel disco, nato per quattro o sei orecchie, poteva permettersi di parlare a qualcuno in più, pur continuando a proteggere i nostri figli dall’esposizione mediatica – niente volti in copertina, né sui social.
La lentezza qui nasce da una vita piena — famiglia, lavoro, piacere del processo creativo. C’è stato un momento specifico in cui avete dovuto “difendere” questo ritmo contro pressioni esterne?
La nostra lentezza non è nata da un intoppo, ma da una premeditazione quasi contabile. Prima di cominciare sapevamo che, con una vita piena di lavoro e famiglia, l’unico modo per arrivare in fondo era considerare il tempo come un ingrediente del disco, non come un nemico. Solo di lavoro in studio ci sono voluti undici mesi, incastrando ore rubate, mezze giornate, serate di ritorno dal resto del mondo. Proprio perché questo ritmo era stato messo in conto dall’inizio, non abbiamo vissuto vere “pressioni esterne”: il calendario era già un compromesso fra le nostre vite e le canzoni. Si è trattato più di difendere un metodo che di difendere un ritardo: eravamo consapevoli che, senza quella pianificazione lenta e ostinata, il progetto si sarebbe fermato ben prima dell’ultima nota.
Folk, jazz, bluebeat e teatro-canzone convivono senza forzature, uniti dalla canzone d’autore. Quale brano ha richiesto il compromesso più creativo per mantenere quell’unità naturale?
Il campo di battaglia principale è stato senz’altro “Gassa d’amante”. È passata attraverso tre vite musicali: da ballata lenta a versione lentissima, quasi rarefatta, fino ad approdare a quel bluebeat con profumi balcanici e un occhiolino al Battiato–Pio degli anni Ottanta, con l’idea dei cori e di una certa teatralità. Ogni volta bisognava ritrovare l’equilibrio fra la natura del testo e il colore dell’arrangiamento “Tra nebbia e foschia” ha avuto un destino simile: c’era già una versione praticamente finita in studio, poi una pausa estiva e qualche dubbio di Chiara sul “giro” complessivo mi hanno riportato al banco. Ne è uscita una seconda versione, completamente diversa e, credo, più a fuoco. La lentezza in questo caso è stata un privilegio: lasciare decantare i brani per poterli riascoltare con orecchio più critico. La difficoltà di fondo, in tutto il disco, è stata incasellare i testi/poesie di Chiara dentro una struttura ritmica e melodica senza violentarne il senso: intervenire il minimo possibile sulla metrica, preservando la struttura semantica delle parole. È lì che folk, jazz, bluebeat e teatro-canzone hanno dovuto stringersi la mano.
La “famiglia musicale” — figli, amici musicisti con affinità profonde — dà al disco una sintonia intima. Come ha influenzato un intervento specifico (di un figlio o amico) il suono finale di una traccia?
Ho deciso di suonare personalmente gran parte degli strumenti – piano, batteria, basso, banjo, melodiche, mellotron, marimba… tutto ciò che sentivo come “territorio di casa”. Non per solipsismo, ma per poter modellare il più possibile il gusto estetico che avevo in mente e gestire in autonomia i tempi lunghi di registrazione. Vengo da venticinque anni passati quasi sempre in gruppo, o affiancando altri nella produzione artistica dei loro dischi. Non avevo mai affrontato un lavoro in cui il mio contributo musicale fosse così totalizzante. È stato molto bello, per una volta, poter seguire la mia onda creativa dall’inizio alla fine: questo mi ha permesso di sviluppare molte idee senza scendere troppo a compromessi e di attingere davvero a tutto il mio background musicale, dalle cose più cantautorali fino alle sfumature folk, jazz e balcaniche. Quando però serviva una voce esterna, ho chiamato amici che sapevo avrebbero portato non solo tecnica, ma mondo sonoro: alle chitarre Alvise Wiel, Massimiliano Magro, Andrea Garbo, Giulio Gavardi. E poi il lavoro preziosissimo di Francesco Fabiano, ingegnere del suono e complice: è stato un orecchio vigile sugli arrangiamenti, sulle parti vocali, sulle scelte di suono. Avere in regia qualcuno che capisce dove vuoi andare a parare è come avere un secondo capitano sulla stessa nave. Su brani come “Gassa d’Amante” e “Senza te” il contributo dei fiati – la tromba di Alberto Vedovato e il trombone di Tommaso Piron, con il loro retroterra Balkan Bazar – ha dato quella tinta balcanica che cercavo da tempo. E poi ci sono i nostri figli, 12 e 7 anni: il violoncello di Leonardo, i bonghi e le voci di Greta. Non sono solo “ospiti affettivi”: hanno inciso davvero sul carattere delle tracce, fissando nel suono una fotografia di famiglia che un giorno, riascoltata, avrà il sapore di un vecchio super8.
Nel podcast, puntate su “Gassa d’Amante” e “Come si fa… amarsi ancora” svelano riscritture ostinate. Quale errore creativo raccontato lì ha portato all’epifania più decisiva?
Il podcast ci ha costretti a guardarci allo specchio in tempo reale. In “Gassa d’Amante” l’errore iniziale è stato affezionarci a una demo che non corrispondeva più alla canzone che avevamo in testa: sentirla e raccontarla nel podcast, sapendo che qualcuno l’avrebbe ascoltata, ci ha dato il coraggio di stravolgerla. È stato come dichiarare pubblicamente che una versione non funziona più e quindi siamo autorizzati a lasciarla andare. Lo stesso è accaduto con “Come si fa… amarsi ancora”: la strofa dello special è nata dopo aver inciso il brano intero. Parlandone nel podcast, ci siamo resi conto che mancava un tassello, una stretta di vite in più, e quella mancanza è diventata il varco per riscrivere. Altri esempi: in “Altre strade”, fra la registrazione del podcast e l’uscita, ho eliminato un’intera parte d’orchestra che avevo arrangiato. Suonava bene, ma diluiva il cuore del brano. Nel caso di “Bombay”, che inizialmente si chiamava “Amanti a Mumbai” con un’introduzione pianistica estesa, riascoltare la puntata ci ha fatto capire che titolo e intro distraevano: erano più esercizio che necessità. Anche una singola parola è stata cambiata dopo i primi ascolti esterni, perché generava incomprensioni. In tutti questi casi l’“errore” è stato tenere troppo, l’epifania è stata imparare a togliere.
Raccontare l’amore adulto significa nominare routine e logoramento, come in “Taciturni”. Come avete evitato la banalità musicale in queste crepe, bilanciando testo e melodia?
“Taciturni” è nata di getto, una sera, con l’idea di un protagonista che osserva la scena quasi da fuori: la cucina, la tv accesa, le frasi che non arrivano più. Mi interessava l’ambivalenza del ritornello: «cos’è rimasto tra di noi» che subito dopo trova una risposta spiazzante nel «brusio dei lampioni» e nei balconi solitari. È un modo per dire che, a volte, fra due persone resta più il paesaggio che le parole. Musicalmente ho cercato di non appoggiarmi sul melodramma: prima dell’interrogativo «cos’è rimasto tra di noi» entra il violoncello suonato da nostro figlio Leonardo, che crea una tensione sospesa, quasi un respiro trattenuto. La domanda poi si distende come una forma di rassegnazione dolce-amara. Anche il basso che ho suonato è come voce “tormentata” più che come pura ritmica, mentre la batteria rimane leggermente in avanti, creando un incedere un po’ zoppo, coerente con il logoramento raccontato. Per evitare la banalità abbiamo scelto di non sottolineare le crepe con un evidenziatore musicale, ma di farle emergere dal contrasto: un arrangiamento quasi cinematografico, una melodia che non esplode mai davvero, e quella sensazione di qualcosa che continua a camminare, anche se zoppicando. È un brano a cui, proprio per questo equilibrio, sono molto affezionato e sono contento degli arrangiamenti che ho scritto.
Grazie e in bocca al lupo da tutta la redazione.
Grazie a voi per l’ascolto e per le domande così attente.
È un regalo raro quando un disco trova chi ha voglia di entrarci dentro con cura. Un caro saluto e buon lavoro a tutta la redazione,
Emanuele e Chiara
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