C’è una parte della musica italiana che non ha paura di guardarsi allo specchio, e Luisiana ci sguazza dentro senza esitazioni. Cantautore siciliano dal passo deciso e dalla sensibilità tagliente, arriva con Millie Bobby Brown portando in dote quella strana magia che nasce quando smetti di recitare e inizi a dire davvero chi sei. Questo brano è un piccolo atto di liberazione: niente pose, niente trucchi, solo la verità nuda — quella che punge, ma che poi ti salva.
“Millie Bobby Brown” parla di autenticità e di libertà. Quanto è difficile, oggi, restare autentici anche quando si fa musica?
È difficile, sì, ma non impossibile. Viviamo in un tempo in cui sembra che tutto debba essere immediato, perfetto, “ottimizzato”. L’autenticità, invece, è lenta e scomoda. Però è anche l’unica cosa che resta. Io ho scelto di non rincorrere ciò che funziona per gli altri, ma ciò che vibra in me. La verità, per quanto fragile, fa molto più rumore delle maschere.
Nel testo si sente una sorta di empatia verso il femminile. Da dove nasce questa tua sensibilità?
Nasce dall’ascolto. Dalle storie che ho visto vivere intorno a me, dalle donne che mi hanno insegnato la forza senza mai chiamarla forza, la dolcezza senza mai renderla debolezza. E nasce anche dal riconoscere le mie parti più vulnerabili, quelle che mi hanno fatto capire quanto il femminile — dentro e fuori di me — sia uno spazio potentissimo, capace di creare e di liberare.
La protagonista del brano si libera dagli stereotipi: pensi che anche la musica italiana abbia ancora degli stereotipi da scardinare?
Sì, e credo sia un processo naturale. La musica italiana è ricca, viva, ma a volte resta ancorata a schemi che non ci rappresentano più. Ci sono etichette su come “dovrebbe” suonare una voce, su come “dovrebbe” essere un artista. Per me è tempo di allargare il campo: includere più sfumature, più corpi, più identità, più immaginazione. Stiamo già cambiando, bisogna solo continuare a spingere.
La canzone parla di chi “lascia andare” ma senza rancore. Ti capita spesso di scrivere partendo da un distacco?
Sì, spesso. I distacchi hanno una precisione emotiva che mi affascina: non sono solo dolore, sono anche chiarezza, pulizia, possibilità. Quando scrivo a partire da un addio lo faccio senza vendetta, senza amaro: guardo cosa resta, non cosa si perde. E da lì costruisco.
Qual è la frase o l’immagine di “Millie Bobby Brown” che senti più tua, quella che ti rappresenta di più?
L’immagine di qualcuno che finalmente respira senza paura. È una scena semplice ma potentissima: uno spazio che si apre, un peso che cade, un’aria nuova che entra. È il momento in cui ti riconosci di nuovo. Quello, per me, è il cuore del brano e anche del mio percorso.
Hai detto che il progetto Luisiana è un modo per ricominciare. Cosa hai voluto lasciarti alle spalle e cosa, invece, ti sei portato dentro?
Mi sono lasciato alle spalle la necessità di piacere, di adeguarmi, di smussare le parti più spigolose di me. Ho lasciato andare le aspettative degli altri, che erano diventate più pesanti delle mie.
E mi sono portato dentro tutto ciò che mi ha formato: la mia inquietudine, la mia fragilità, i miei errori, la mia curiosità. Sono la mia materia prima. Luisiana nasce da tutto questo — da ciò che ho avuto il coraggio di lasciare e da ciò che ho avuto il coraggio di tenere.
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