Una strada di campagna che si perde nella nebbia: la copertina del nuovo disco di Alex Vecchietti, intitolato Oblio, appare misteriosa, e merita di essere decifrata. Ma se consideriamo le tematiche trattate da Alex nel disco, nonché l’influenza di autori come Orwell e Huxley , ci appare chiaro il rischio di perdere la strada, di sprofondare appunto nell’oblio della realtà contemporanea.
Il disco è il quinto per un musicista che musicalmente si è formato a Londra e che attualmente vive a Palermo. Il sound porta a perfezione e a compimento quello dei dischi precedenti, guarda alla new wave, al synth-pop in una chiave chiaramente rock, che proietta questi genere in un prossimo futuro.
Ma analizziamo le varie tracce: Breaking the Veil è un brano epico e veloce, sostenuto in gran parte da un arp synth basso che sostiene la voce. Gli accordi di chitarra all’inizio creano un senso generale di attesa. Le sezione affidata agli ottoni porta alla strofa, sostenuta dalla chitarra acustica. Il ritornello è davvero epico e abbastanza martellante. Altrettanto interessante è la sezione successiva, affidata ai synth.
End of time è un brano cybernetico, nel quale Alex arricchisce sonorità new wave anni 80 con elementi postmoderni. Ciò è evidente fin dall’inizio, nella prima strofa, tutta dominata dai synth nella quale sembra di sentire una versione più rock dei Depeche Mode. Il bridge conduce al ritornello, breve e corale. Una sezione di synth cede il passo alla seconda strofa ed al secondo ritornello. Chasing Beams è un altro tentativo ben riuscito di rendere più rock il sound anni 80. Il brano è a tratti marciabile. Nella linea vocale e nella sezione strumentale sembra che il punto di partenza della rivisitazione siano i Tears for Fears.
Dimentica è l’unico brano in italiano. Come in molte tracce dell’album la prima strofa è caratterizzata unicamente da voce e synth. Il ritornello è esplosivo e si evolve in un crescendo di emozioni. Molto belli i tappeti di chitarra elettrica. La sezione successiva, prima della seconda strofa, costituita da voce e synth è da brividi queste strutture si ripetono fino al finale, con il suo tripudio di synth.
God gave me a voice ha un intro con ottoni dal suono un po’ messicano. In effetti la presenza della chitarra acustica nella strofa dà a questo pezzo una punta di etnicità, ovviamente in un contesto comunque caratterizzato da un massiccio uso di suoni elettronici. In The Darkness l’influenza dei Depeche Mode è ancora più evidente. Ne deriva un brano a velocità più lenta dei precedenti, caratterizzato da interessanti temi eseguiti dai synth, un ritornello diretto e distorto. Molto ben fatta è anche la sezione con assolo e quella unicamente vocale che chiude il brano.
In Not Here l’influenza dei New Order è molto evidente. Il brano è elettronico e abbastanza oscuro, con un ritornello dominato da chitarra e arp synth. Il pezzo si potrebbe collegare all’epoca di Brotherhood e Low Life, in riferimento alla band di Bernard Summer.
Praised be She è la ballad del disco: caratterizzata da chitarra acustica e brevi accenni di chitarra elettrica (prima della sezione finale), gioca su ampi tappeti di synth dai quali emergono delle brevi frasi. Brano nostalgico ed evocativo dà completezza all’opera.
Opera matura, caratterizzata da ottimi arrangiamenti, non presenta momenti di debolezza, bensì risulta evidente l’attenzione maniacale alla cura del dettaglio, elemento che fa la differenza rispetto ai vari tentativi attuali da parte di artisti che si approcciano agli anni 80 in modo particolare.
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