Recensione – Motueka – “Pareidolia”

Il post rock è senza ombra di dubbio uno degli esempi di riscrittura della musica e dell’arte in generale nell’epoca contemporanea. La riscrittura è uno dei punti cardine dell’arte postmoderna. Trovare nuova collocazione ad oggetti artistici, ad opere o ad un genere musicale: questo è in poche parole la riscrittura. Pensiamo a Kill Bill di Tarantino o ad alcune canzoni dei Wolf Alice tanto per citare qualche esempio e portare luce nitida sul nostro discorso.

In about these days i tappeti sonori electro vanno di pari passo con chitarre, basso, un beat turbolento etc. dando vita ad un formidabile ensemble che sembra una sorta di caos ragionato.

Con Chained Money arriva un’altra immersione nei liquidi electro che compongono questo disco. Paolo Orlandi come cantante e Thomas Stevenart alla batteria sono tra i punti forza della band. L’elettronica conferisce poi consistenza e sostanza.

Con Pareidolia, la band approfondisce la propria ricerca sonora attraverso paesaggi immersivi e cerebrali, muovendosi tra tensione, stratificazioni noise e aperture tipiche del post-rock più atmosferico”, dalle parole di Motueka. E sono quelle stratificazioni la parte superbamente interessante del disco. La ricerca sonora è un altro punto forza di questa formazione che ha fatto della riscrittura un mantra.

In Orbital addirittura le melodie di ambiente si fanno più ostinate e pungenti mentre il groove è cupo ed assillante. In Hold on o One trillion cells le melodie elettrificate sono più atmosferiche, invece. In quest’ultima le distorsioni sono stridenti e c’è pure un drumming martellante. The remedy è una strumentale surreale nella quale tuffarsi e perdere completamente il bandolo della matassa. I guardiani del tempo è una cavalcata sonora ardimentosa che aggiunge al disco ulteriore varietà.

Mondi sonori si incontrano nella musica di Motueka. E’ un equilibrio instabile e solido nello stesso tempo quello che propone questo quartetto post-rock/noise belga-italiano. E anche la parola noise ha la sua importanza. C’è tanto noise in questo disco. Sembra che band come Afterhours o Marlene Kuntz siano state stravolte e sconvolte e dissolte in un liquido lisergico tossico e psichedelico post-rock.

Quelle di Motueka non sono solo architetture sonore che sfidano il convenzionale, sono sperimentazioni sonore che sfidano il convenzionale. Hanno saputo ricontestualizzare, hanno trovato soluzioni audaci. Si vede anche dall’artwork del disco: tra rust, consumato e splatter, dice tanto della musica che ci apprestiamo ad ascoltare. Una cornucopia di sperimentazioni sonore aggressive ma anche soffici e vellutate.

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