Recensione: “Heaven upside down” – Marilyn Manson

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Giunto alla decima prova in studio, a soli due anni di distanza dall’album precedente “The pale emperor”, il ritorno di Marilyn Manson è stato siglato Loma Vista e Caroline e ha visto la luce il 6 ottobre di quest’anno. Tolto subito l’imbarazzo della solennità, l’episodio discografico in questione è un tentativo a metà di portare a casa, dopo una carriera ventennale, un progetto dignitoso. Ma il primo inceppo dell’ingranaggio risiede in una contraddizione di fondo: il desiderio di chiudere la porta con il passato con nuove soluzioni stilistiche e il bisogno dell’artista di rivivere fastosità di un tempo trascorso impossibile da replicare. Ostaggio del suo bisogno ab antiquo di stupire le masse con slanci orrorifici, Manson prova ad abbacchiare le fronde di un genere che non concede molte variazioni a chi già da diversi anni è ingabbiato nella versione parodistica di se stesso. A sostegno della seconda tesi, tuttavia, nell’apripista “Revelation #12” vorrebbe tenere il passo con "The reflecting God" ma cede subito la presa, manca il guizzo testuale geniale, e suona subito come un'abbaiata stanca. Vocalmente  il Reverendo ha ormai perso la forma smagliante degli esordi e quella abbellita della sua personale Belle Époque (“The Golden age of grotesque” che poteva vantare un uso diverso delle corde vocali). il timbro è debole e poggia su  testualità trite e ritrite che con l'abbassalingua fuoriescono quel giusto che occorre per essere coperte dalle notevoli muraglie di suono (“Tattoeed in reverse”). Se fosse una band emergente sarebbe un buon disco, godibile e con qualche spunto notevole. Ma Manson ha dato prova di riuscire brillantemente in produzioni a confronto delle quali quest'ultima è solo uno scarno tentativo di abbozzamento di idee più o meno buone. Tanto ci era piaciuta la sua indole con "The Pale emperor" (quella "Warship my wreck" si donava al pop con meravigliosa disinvoltura) quanto è facile trovare lacunoso “Heaven upside down”. “Kill4me” è accademica, “Say10” mostra la fisionomia abbrustolita, riadoperata all'inverosimile fino a scomparire nel nulla più opaco possibile, con i soliti nemici storici da abominare, non riesce che ad abradere la sua immagine, così simile a una fototessera sbiadita accartocciata nel fondo del portafoglio. “Blood honey”, invece, si accoscia su territori esplorati con successo e forse qui maggiormente saggiati (molti i rimandi al borderline "Eat me, Drink me" del 2007). Ma a metà strada l’artefice di “The beautiful people” rialza la china e mette a segno colpi formidabili. Quella “Saturnalia” che da sola potrebbe salvare l’album, in cui ripesca l'accelerometro per andare di pari passo con le potenzialità di "Posthuman" e in generale dell'era "Mechanical animals". La tempra diventa più centrata, palpabile, carnale (come in “JE$U$ CRI$I$”). Quando sembra soltanto divertirsi, anche nell'esuberanza scevra da desiderio di acchiocciolare chiunque per un proselitismo che non ha più senso d'esistere, Brian si riconferma un talento possente di questo millennio. E si trasforma persino in un acquarellista capace di ritrarre paesaggi sonori interessanti ( la title track "Heaven uspide down"). Nel 50/50 offerto in quest’occasione, forse sarebbe giunta l'alba profetica, per la nostra beneamata "AntiChrist superstar", di muoversi con passo da lamantino verso tutte le altre forme d'arte che ha già dimostrato di poter dignitosamente rappresentare. Perché musicalmente, costa fatica dirlo, suona stanco come non lo era apparso mai.

 

Tracklist


Revelation #12 – 4:42
Tattooed in Reverse – 4:24
We Know Where You Fucking Live – 4:32 
Say10 – 4:18
Kill4Me – 3:59 [Audio]
Saturnalia – 7:59
Je$u$ Cri$i$ – 3:59
Blood Honey – 4:10
Heaven Upside Down – 4:49
Threats of Romance – 4:37

  • - 5.5/10
    5.5/10
5.5/10

2 Comments

  1. Raiden

    16 ottobre 2017 at 23:33

    Avete dato 8/10 a Paola turci e a questo 5,5??? Vabbè, questo spiega tutto su chi recensisce i dischi.

  2. Capitano Aldo

    17 ottobre 2017 at 8:40

    Ciao Raiden, innanzitutto grazie per il tuo feedback :) 

    Posso tranquillamente dirti che chi recensisce i dischi è, così come ogni essere umano che si avvicina a un disco, passibile di stravolgimento emotivo e che, proprio per questa ragione, quando ci si avvicina a commentare un disco, la parzialità scivola ai piedi e tenta a più riprese di risalire per sedersi al fianco dell'obbiettività. Devo confessarti che i due gli artisti che hai menzionato sono nel mio cuore da molto tempo e che nonostante questo, quando sono chiamato ad esprimere un giudizio su un progetto, lo ascolto fino alla nausea e ne leggo i testi e tento di commentare quanto appena accaduto (certo che chiunque sia ben consapevole che ogni emotività è diversa e sacra, e ogni disco finisce in un cuore differente). Ho molto apprezzato il ritorno di Paola Turci, la sua collaborazione con il grandioso Enzo Avitabile, le scelte stilistiche del disco (quella "Ma dimme te" che ricalca la tradizione commovente degli stornelli) e i testi ("Tenerti la mano è la mia rivoluzione"). Allo stesso modo io ho amato (e dico amato!) i Marilyn Manson, il gracchiante "Portrait of an american family", la trilogia dell'Anticristo (specialmente "Mechanical animals", tra i miei preferiti di sempre), anche "The golden age of Grotesque" , ma come tanti ho trovato veramente deludenti episodi come "The high end of low" (di cui salverei solo tre canzoni su 16, un po' pochine, nella fattispecie: "Running to the edge of the world", "15", e "Into the fire"), "Eat me, drink me", per non parlare di "Born Villain". Con "The pale emperor", ti dirò, ho notato un boomerang dì ritorno, in termini di ispirazione e anche i video hanno ricominciato a essere belli come quelli dei suoi anni migliori. Come ho scritto in questa recensione, tuttavia,  credo che ormai il buon Brian sia bollito e converrai con me che la prova del nove sono proprio i suoi concerti dal vivo, in cui ormai scimmiotta se stesso senza avere più la voglia, la grinta o semplicemente la voce per fare un buon show. Ti ripeto, a me piacciono molto, come band, la biografia "La mia lunga strada dall'inferno" me lo/li fece apprezzare ancora di più. Però non si può fare un album con due/tre pezzi degni di nota e tutto il resto piattume, per quanto mi riguarda, e questa è la ragione per cui ho assegnato 5.5. 

    Magari ci si becca in giro a pestarsi i piedi su "Rock is dead": 😉 

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