Recensione “Napoli Files” – South Designers

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Uscito il 5 Maggio sotto l’egida di Edizione Leonardi, “Napoli Files” è un progetto inedito nato dalla collaborazione tra il programmatore musicale Fabrizio Fiore e l’arrangiatore Antonio Fresa. Un duo nato nel segno di un forte amore spontaneo per la musica d’autore partenopea, alla volta di una rivisitazione originale e sentita dei grandi classici, riuscita a tal punto da sembrare un disco d’inediti. Un progetto che da subito poneva un’annosa questione: quali saranno mai stati i criteri pensati per elaborare al meglio la cernita dei capolavori del patrimonio nazionale? La risposta, attraversando la profonda dose di buongusto e di onestà artistica presenti nel progetto, giunge con lo stupore della purezza e dell’amabilità del gesto. 
Si inizia con “Anema e’ core”, con il suo sound imprestato dall’elettronica d’oltremare , pronto sin da subito a rinvigorirsi con la straordinaria comparsa  angelica in scena di Nilla Pizzi, sempreverde, capace di valorizzare anche un elenco telefonico di numeri qualsiasi, figurarsi una pietra filosofale della musica internazionale come quella di Salve D’Esposito. I primi salti sulla sedia, di quelli che fanno i bimbi quando scoprono che fuori nevica, sopraggiungono con la splendida e inequivocabilmente  world music- oriented “O’ sole mio”, che mescola un inseparabile brano nostrano (l’altro è il sempiterno “Volare” di Modugno) a echi di Paco Fernandez, che a conti fatti ammansirebbero persino la furia incontenibile di un manifestate furioso. 
La classe è parecchia, e qualora fosse acqua sarebbe solo la felice circostanza di un maremoto nel deserto, e il piatto in tavola è quello che un buon napoletano doc serberebbe all’ospite la prima sera. Ecco che non manca nulla all’appello: “Torna a Surriento” sposa il lounge misticheggiante di Koru, “Tammurriata nera” ribatte a terra la foga epicoria di uno dei brani più belli mai apparsi sulla Terra in un triplo salto mortale e “Malafemmena” in versione Astor Piazzolla è semplicemente il limbo italiano di una cena galante, un artista di strada e un venditore di rose nell'affabile contesto di una vita sfuggente, ma traboccante di sogni e speranze gioiose. Quando le melodie si lasciano ascoltare, con sorprese missate alla nostalgia, il riverbero richiede all’attenzione un’ulteriore premura: quella di non accostare mai la versione conosciuta alla farfalla che si è venuta a creare. Si materializza così una metamorfosi spontanea dello stupefacente fascino senza tempo della musica, l’ essere casse di risonanza di un miracolo che si rivela a pochi, ma che sa investire tutti. Per ogni impressione che si ha, non a caso, la riprova giunge proprio nascosta nei riverberi della musica, trionfalmente annidata in una serie invidiabile di artisti chiamati a corte(Raiz degli Almamegretta, Pietra Montecorvino, Cristina Donadio, Gianfranco & Massimiliano Gallo).  Per coerenza automatica, difatti, in “Nu quarto e’ luna” si assiste alla finezza di rimescolare Peppino di Capri al garbo rivitalizzante di Stéphane Pompougnac, a dimostrare che il disgregarsi, nella musica, non ha che un diverso destino: l'evolversi continuo. In questo gioco di passato e futuro a braccetto come una coppia di innamorati, va citata l’occasione migliore di tutte, quella “Scalinatella” per la quale Carosone vorrebbe resuscitare per chinarsi quel cappello bianco che volteggiava sulla testa ondeggiante a bracciate di pianoforte per fare chapeau. Poiché  l'irraggiamento è soprattutto nell'indice passato con premura materna sulla mobilia senza prezzo che è stata la musica napoletana  e nell'aver riscoperto, con un immenso talento dalla propria parte a sostenerlo, che addizionando bellezza con bellezza si può solamente ottenere incanto al quadrato.

 

 

 

  • - 9/10
    9/10
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