Recensione: “Norman Fucking Rockwell!” – Lana del Rey

Lana del Rey

L’artista americana Lana del Rey nel 2011 si impossessa dell’attenzione mondiale grazie all’album “Born to die”, un capolavoro artistico inscatolato strettamente nell’alternative pop, che strizza l’occhio ad un passato hollywoodiano mitizzato e irraggiungibile, ancora presente dopo otto anni nella classifica americana Billboard 200. La narrazione pessimista e tristemente antifemminista si consolida con il successivo “Ultraviolence”, nel quale l’artista veste gli abiti di donne maltrattate e intrappolate in un amore nocivo. Un racconto affascinante per la crudezza di immagini e l’illusione di una realtà nostalgica, che in qualche modo permette a Lana del Rey di farsi portavoce di una gioventù che ha perso fiducia nel sistema. L’ultima fatica discografica della cantante ribalta completamente i canoni dell’”hollywood sadcore” instaurati con gli album precedenti e trasforma Lana del Rey da vittima consapevole a fautrice della propria realtà, ancora distaccandosi dalle illusioni sociali dell’american lifestyle. Si intitola “Norman Fucking Rockwell!” e viene pubblicato il 30 Agosto 2019 per Polydor.

Per questo progetto Lana del Rey collabora col producer americano Jack Antonoff, già creatore di capolavori pop come “Melodrama” di Lorde o “Reputation” di Taylor Swift. “NFR” (come viene chiamato dall’artista nelle interviste) risulta però una sintesi sonora dei precedenti lavori di Lana del Rey, proponendo sia il dream jazz di “Honeymoon”, sia l’acid rock di “Ultraviolence”. Quello che eleva ancora di più questo ultimo album sono le capacità di scrittura sviluppate dalla cantante, ormai non più una neofita musicale, ma una vera e propria poetessa nascosta dietro gli abiti di una popstar.

Fra momenti di intenso virtuosismo artistico, come quelli celati nella traccia finale (quasi un epitaffio d’addio) “hope is a dangerous thing for a woman to have, but I have it”, e altri versi più timidamente ironici, che non possono evitare di rubare un sorriso all’ascoltatore (“You fucked me so good that I almost said I love you” canta Lana nella title  track), l’artista mostra di saper dipingere i contorni del proprio mondo senza tralasciare nessuna delusione o bruttezza, utilizzando una gamma di colori malinconica e iconicamente vintage. Se depressione ed alcolismo facevano da sfondo ai primi lavori della cantante, ora sono eleganza e maestria a colorare le tracce dell’album: una strada che è stata ricercata per molto tempo e che solo dopo anni di tentativi e delusioni personali si è palesata davanti agli occhi dell’artista.

Punta di diamante dell’album è sicuramente “The greatest”, cinque minuti di canzone durante i quali è impossibile non alienarsi dalla realtà ed entrare in una dimensione indescrivibile  in un’unica parola. Il sentimento è quello che si proverebbe stando seduti sul sedile a lato passeggero di una decapottabile vintage, al tramonto, durante un viaggio coast to coast per scappare dalla tristezza e monotonia della vita quotidiana. La nostalgia per il passato e l’incoerenza del presente sono i protagonisti della canzone (If this is it I’m signing off/Miss doing nothin the most of all), impreziosita dal riff di chitarra che anticipa la seconda strofa. Un vero capolavoro contemporaneo.

Nonostante i pochi mesi di vita, l’album viene già incluso nella lista dei 200 migliori album del decennio che sta per concludersi (alla diciannovesima posizione), stilata dalla rivista Pitchfork , accanto ad artisti che hanno scombussolato i canoni della discografia mondiale, come i Tame Impala o gli Artic Monkeys. Un album che ha già fatto la storia e che se anche non raggiungerà mai gli apici del successo del primo disco “Born to die”, rimane comunque l’espressione più alta della qualità del lavoro di Lana del Rey.

10/10

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