Recensione: “Find a place to sleep” – Her skin

Copertina a cura di Bianca Serena Truzzi

 

La ricerca di un luogo dove placare le proprie irrequietudini. E’ questa la traduzione metaforica del debut album della cantautrice modenese Her Skin, all’anagrafe Sara Ammendolia, dal titolo “Find a place to sleep”. Un esordio che uscirà il 23 febbraio per WWNBB collective e che segue i precedenti Ep “Goddbyes and Endings” e “Head above the Deep”. Un progetto, quello in questione, che raccoglie una rara sensibilità personale e la spalma finemente su dieci brani dalla forza vitale e stupefacente.  Registrato presso lo studio Riserva Indiana nel maggio dello scorso anno da Davide Chiari, arrangiato e suonato dall’autrice stessa e da  Daniele Rossi, l’album inizia con “Prickly pearl”. Traccia nella quale la cantautrice sfodera immediatamente una voce purificante, che appartiene al reame incantato di Aldous Harding, Laura Veirs, alla Laura Marling degli esordi. E’ un brano che è un vagonetto che trasporta le gemme del disco con disinvoltura aggraziata e invidiabile. Voce che in “Nameless morning” scorta morbidamente i giri di chitarra vaguli, a ripurgare dagli incastri melodici chiassosi la cui unica premura è di rimanere impressi per una stagione soltanto. Tra le coetanee assimilabili al suo stile potremmo annoverare Joan Thiele, ma tra le sequenze ritmiche eteree, maliarde nel nettare profondo, che cullano l’ascolto come se un brano fosse estuario dell’altro (“Cut out the flowers” e “Hayley”), potremmo rintracciare riverberi di una maturità incredibile, così radicata nelle sfumature del bel canto da poter persino inorgoglire un fan incallito della dea brasiliana Adriana Calcanhotto (alzo la mano!).

In circostanze come questa, non si può sfuggire a un pensiero predominante: che la leggerezza non è certo una dote minore da guadagnare, una capacità da poco, una qualità di scarso rilievo. E’ invece la grande capacità evocativa di poter destrutturare l’innecessario per lasciare che l’ascoltatore possa guardare dritto al cuore del progetto, dell’idea alle sue spalle, della linea musicale. Coerenti con questa intenzionalità, i testi abbracciano la dolcezza vagliatrice delle trame di una vita tanto personale quanto planetaria. Un”ritratto di sé stessa” (“Selfportrait”)  che si rispetti, fedele al talento messo in campo – ben al di là dell’essere immodesta – Her skin dovrebbe perlomeno affidarlo alle mani sapienti di un Steve Mccurry o di Lee Jeffries. Saprebbero magicamente captare la paranoia adolescenziale di non essere mai abbastanza di “Eyes and Ice” e la romanticheria galante di “Angels”, l’occhiolino catchy che annega in una simpatica citazone di  Paolo Nutini, che aggiunge il merito a un testo nel quale l’artista canta di essere un umano “nelle tasche dei pantaloni dell’amato”, come se a scrivere le liriche fosse stata Patrizia Valduga. Menzione ad honorem va fatta a “Lungs”, un arabesco di una potenza matrice straordinaria, probabilmente il migliore espisodio del disco, con i cori flautati e sireneschi, e la bellezza di un’eco lontana delle colonne sonore di Santi Pulvirenti.

Si vocifera, e non a torto, che gli esordi siano talvolta acerbi o talune volte molto più promettenti di quanto verrà a seguire (ricordate l’ Alanis Morissette di “Jagged Little pills”?). In questo caso  l'ultima parola l’ afferra di petto l'autrice, con la splendida " À demain" in chiusura. E' un arrivederci che non ha l'arroganza di eccellere, ma di continuare a inseguire i colori pulsanti di un sogno. E questa rincorsa, nonostante i tempi possano apparire in alcuni frangenti ripetitivi, ciclici nel loro proporsi, è un toccasana per ogni appassionato di musica che attende di essere abbracciato da una canzone. 

 

 

TRACKLIST 
1_Prickly Pear
2_Nameless Morning
3_Cut Out The Flowers
4_Hayley
5_Sink Into You
6_Self-Portrait
7_Eyes And Ice
8_Angles
9_Lungs
10_À Demain

 

  • - 8.5/10
    8.5/10
8.5/10

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