Recensione “Vivere d’istanti” – Gli Animali Notturni

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Distribuito da SELF/Believe, sotto la casata dell’etichetta Deepout Records, è uscito il disco d’esordio degli Animali Notturni, basato su un invitante gioco di parole che è nucleo centrale e filosofia permeante che attraversa tutti i 13 brani in questione: "Vivere d’istanti". Un titolo seducente, che traballa tra l’esigenza – tanto personale quanto di tutta una generazione – di vivere nell’ ”hic et nunc” di una società corrosa dal disperato sensazionalismo del presente e traumatizzata dal “ricordo del giovedì”, ingombrante detrito di nostalgici inopportuni, e l’effettiva distanza che consegue tra esseri umani sempre più connessi digitalmente quanto umanamente scollegati dalle rispettive vicende esistenziali. Forti di quest’incipit interessante, di questo gammaut prodigioso, Matthew Zack, Simone Simbeni, Andrea Della Valle, Nicola Mansueto e Giovanni Boscaini aprono le danze con il singolo prescelto “Amo te”. Traccia che emerge dal neon di giri di basso ammalianti, rivelando un pop fresco, un rock leggero ma affatto etereo, ben saldo. Il testo, come del resto in molte altre occasioni, si compone di momenti felici di autoriflessione, spontanea e giovanile. Seppur intenzionata a scandagliare la realtà che laidamente si riversa sui loro animi, la band non intende gagnolare più di quanto il cuore e la pazienza permettano, ed ecco che “Unonovenovezero” è battente e intensa, una canzone dai ricalchi politici che inneggia alla libertà respirandola e insufflandola nell’ascoltatore attraverso riuscite distorsioni melodiche. Palpitano le disillusioni sociali ed economiche (“Sconfitti da un tasso d’interesse”), in un’abrasione collettiva che deve sottostare al ricatto di doversi reinventare con frequenza quotidiana per non soccombere a una spietata selezione darwiniana 2.0.
Consapevole che “A volte sei coltello, e altre la ferita” (“Cosa vuoi che ti dica”) il gruppo non accetta compromessi e  non vuole lacrimatoi, ed è mosso da un desiderio di riscatto. Si evincono il Ligabue dei primi dischi ( “Bambolina e barracuda”, lo storytelling al vetriolo che sfrecciava nella notte), Motta nei suoi migliori escamotage stilistici proprio nelle sfaccettature testuali, in perfetto amplesso con la musica, che in “Isole lontane” vanta un assolo straordinario che interviene a un passo dalla fine a celebrare la vita in ogni sua pura essenza. 
L’album è intellettualmente onesto, e se è vero da un lato che non si lancia certo in voli icariani indimenticabili, dall’altro è senz’altro il tentativo – più che idillicamente riuscito- di riflettere sul concetto della temporalità del vivere giorno dopo giorno e la distanza umana tra anime in connessione perenne e dispersione garantita. “Noi, vite sbagliate”, cantano in “L’amore è un cane”, rivelando l’origine del nome che dà vita alla band, quello swap creativo tra gli ingarbugli dell’ordinarietà della vita diurna e la notevole passione diurna devota alla musica. Convinti che “essere è meglio che esserci” (“Dipende da me”), Gli Animali Notturni trovano sin dall’esordio una maturità non di certo dilettantistica, anzi: pronta  a slanci più che significativi. Certamente dovranno investire in un po’ più d’azzardo e in un’altra manciata di buone idee, ma la stoffa per confezionare un abito di indubbio valore è già pronta sul tavolo della sartoria. Ulteriore riprova è “La voce che non ho”, in cui abbracciano i Kaufman, riportando in vita dubbi e timori paralizzanti di una giovinezza fanciulla che lega Pascoli ai Loren. Il talento è spesso mancino in termini di creatività e non ha timore di spingersi un po’ più in là, di tanto in tanto, come in “Rabbia repressa” (splendido il verso “La gioia è il sapore che sai darmi”), in cui la vocalità di Matthew si spinge al largo di una teatralità interessante, punzecchiata da un certo gusto satirico in stile “Gargantua e Pantagruele”.
Rimandi su rimandi, si finisce a parlare di Bukowski, tra le righe di “Ciò che sei”, in cui un rap accennato insegue segugio i malumori della quotidianità, strizzando l’occhio ai Sick ‘n’ beautiful, ai L’Orange, ai giovani Litfiba. Quando è il turno di “Mai mai mai” , invece, l’apertura è tenebrosa, in un aggrovigliarsi di code di ratti che corrono vertiginosi a presagire un plot twisting deciso dietro l’angolo. 
Il ritmo si rannuvola, la voce saggia amleticamente le irrequietezze della sua anima trasponendole in un brano che è squisitamente un gioiello, perfetto in ogni suo ricamo, con un finale incalzante che ci fa gridare "mille fois merci". Tralasciando il mea culpa agghindato della bella melodia labellata di “Scusami”, la gametogenesi per il gran finale è presto servita. “Venerdì” (carinamente traccia numero 13 – e la scelta non passa di certo inosservata!), si apre con un intro classicheggiante, con una pelle orchestrale che si getta zampillante in un epilogo degno di un disco che è un'incoraggiante dimostrazione che il giovane rock italiano è robusto e gode di eccellente salute. Che le buone idee, in fondo, non hanno sempre asfissiante bisogno di prismi stralunati fuori dal mondo per poter raggiungere l'harem sacro di un'emozione. Questo tributiamo alla musica e ai talenti come Gli Animali Notturni: la capacità di inserirsi nello sciame impazzito dell'esistenza depositando una brezza inaspettata di profonda poesia. Ben venga, quindi, che osservino di giorno e vivano solo di notte. Vorrà dire che c’incontreremo nel plenilunio di un prossimo concerto. 

 

  • - 8/10
    8/10
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