Recensione “OUÏ” – Camille

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L’avevamo lasciata con l’impertinente “Ilo Veyou”, nelle sue magistrali ambizioni corali, del 2011 e la ritroviamo ben sei anni dopo con l’ultimo, sibillino “OUÏ”  made in Balulalo. Conosciuta al grande pubblico per l’incredibile graffio lasciato con la sua partecipazione alla colonna sonora del film disney Ratatouille, l’artista francese Camille è tornata alle origini del suo cantato imprevedibile e mai genuflesso ad alcun cliché e il risultato, attraverso 11 tracce imperdibili, è un viaggio nel cuore pulsante delle potenzialità della cantautrice. La regina del fil rouge ( la ricordiamo nel capolavoro “Les fil”, in cui ciascun brano cominciava allo stesso modo evolvendo in maniera diversa) ha deciso di rispondere ai drammi della sua Francia bersagliata dall’odio civile e terroristico con un’intimità invidiabile che si rende presto disponibile a diventare fiato dell’universo: il progetto è stato infatti registrato  in una piccola cappella a Tarn et Garonne nel sud est della France e a La Chartreuse.E coerentemente il progetto somiglia a un ferro di cavallo, la forma a falce di luna calamita la bellezza di acuti selvaggi, simili ai singoli mozzafiato del passato come lo era stato "Money note". Cronologicamente in testa, l’apripista “Sous le sable” ritrae una Camille alle prese con profonde allitterazioni linguistiche, nodi goliardici di un canto sempre più sofisticato e impenetrabile, quindi mistico e oltremodo poetico. Vi sono tamburi e atmosfere cupe, battito cardiaco come loop station, ripetizioni concentriche, nenie medievali, tumultuo ordinato e ragionatissimo. E' un'umanista vecchia maniera, dopotutto: tuttofare, intrisa d'umanità e di impegno e anche di grande senso del dovere. Arriva presto la sorpresa come solito asso nella manica della nostra beniamina francese, ed è quella “Lasso” stregonesca, iterativa, proprio per creare un'emozione che si unisca a uno strato di pelle e lì vi rimanga.Già il singolo scelto, “Fontaine de lait”, aveva lasciato intendere che il suo sarebbe stato un ritorno al futuro, nel suo stile, e l’erotismo sublimato, al solito fervido di metafore e rimandi esoterici, fa della fatica di universalizzare desideri e preoccupazioni intimi una “Gymnopédie“2.0. Uno degli episodi più biografici e commoventi del disco, ispirato dai fatti tragicamente accaduti a Parigi di recente, è senz’altro “Seeds”, un blues irreale, tutto dell'anima, nel quale firma un patto con Mefistole per godere dei piaceri terreni , ma sorprendentemente scacciando l'imprevidenza, anzi: esaltando una spiritualità tutta ancestrale, avita da un'umanità incalzante che non vuole essere dimenticata. Nella miglior tradizione della sua carriera, Camille sceglie voci, cori, con sprizzi di elettronica preponderante che culminano nell’ellittica “Je ne mâche pas mes mots” (scelta non a caso come teaser song del trailer), grazie alla quale è chiaro che l’EP in questione può rientrare tra i visceri sacri, compiendo acrobaticamente un extispicio. Il prfesagio è affumicato , per l'umanità: occorrono i semi di un cambiamento piantati nel terreno. Ma non si abbandona mai al fiele del risentimento, l'artista di “Le Sac des Filles” gioca solo ed esclusivamente di poesia in musica, come più profondo e didascalico riscatto dell'uomo sulla Terra. Che poi quanto sia sulla terra, quest'allieva venusiana di David Bowie e della Kate Bush di "The dreaming", non è dato sapere. Anzi, a volerla proprio dire tutta, quest’asse interpretativo che narra e intesse, sempre più in alto, rende il disco farcito di una meraviglia talmente pura da essere comodamente scambiabile con una galette de rois.

 

  • - 9/10
    9/10
9/10

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