Recensione: “THE LARSEN’S SESSIONS – live in studio” – Ruben Minuto

Lasciate stare che Ruben Minuto abbia iniziato i suoi concerti ad appena 15 anni, lasciate stare che si sia esibito all’Owensboro Bluegrass IMBA Festival, o al Chicago Blues Festival e lasciate perfino stare che abbia scritto e suonato un disco con Steve Arvey…

Lasciate stare tutto questo e godetevi queste “Larsen’s sessions”, un album interamente suonato dal vivo in studio, delizioso e dal sound fresco e coinvolgente.

Ruben Minuto convince a pienissimi voti, sia sull’acustico, sulla dimensione più intimista e pura, sia sul versante elettrico, più vivace ed energico.

Non staremo qui a dilungarci troppo su analogie e similitudini che, trattandosi di un genere musicale ben strutturato nella storia e che ha visto interpreti di grande genio nel corso dell’ultimo secolo, sarebbero banali e sminuirebbero la bellezza di questo lavoro discografico. Ci limiteremo quindi ad apprezzare la capacità di Ruben di proporsi con linee vocali nasali e di grande tiro alla SRV (come in “Jimmy two steps”), quanto quella di tirar fuori dal suo cappello da cowboy delle ballad acustiche disarmanti, come quelle di un più nuovo Seasick Steve (come in “Be Alive”).

Le voci, calde e suadenti, fanno da co-protagoniste ad un chitarrismo maturo e di estremo buongusto, mettendo in risalto un artista che riconosce e sa gestire perfettamente il compromesso tra il cuore e le doti tecniche. Ed è proprio il cuore che non manca mai, neanche quando Ruben reinterpreta un classico come “Why should I be so lonesome” (Jimmy Rodgers), o una più insolita “You’re the one that I want” (celebre tema di “Grease”).

E in quest’ultima, in particolare, ci ricorda il coraggio di un gigante come Johnny Cash, quando si inoltrava in terreni impervi, con delle cover lontanissime dalla sua musica “di genere”, con risultati che ci fecero venire i lucciconi ad ogni ascolto.

E parlando proprio di cuore, forse il brano che più ci emoziona, in queste brillanti sessioni dal vivo, è “In the hands of time”, col suo climax gospel che non smette mai di crescere, portandoci ad un finale intenso e sentito, che ci ritroviamo a seguire come un mantra, ad occhi chiusi.

Gli accordi aperti, ariosi, sono una costante del disco, che non si irrigidisce mai. Scorre e non riesci a smettere di farlo ripartire da capo.

E’ suonato magistralmente, in tutte le sue parti, e se si pensa che “Larsen’s Sessions” è un album suonato dal vivo, e senza sovra-incisioni, beh… ci si rende conto di essere davanti ad un artista capace, ispirato, puro, ma che all’ascolto non fa della purezza una gabbia, ma un punto di forza.

Ruben Minuto è proprio questo: una forza!

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